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Tratta Dei
Cani

 

Riportiamo di seguito un estratto di un interessantissimo articolo tratto da
"Cani, Gatti e Compagnia"
di

 Giovanni Morsiani

Presidente del Club Italiano Lagotto
Consigliere nazionale Club Italiano San Bernardo
Membro del comitato tecnico
dell’Unione Mondiale Clubs San Bernardo

 

 

La Tratta Dei Cani Dall'Est Europeo

Per introdurre il discorso, su questo gravissimo problema che ormai coinvolge un numero sempre più alto di persone, cani e denaro, è doveroso che il pubblico sia messo al corrente in alcuni particolari. Il sottoscritto fu il primo in Italia, quasi cinque anni fa, a denunciare il fenomeno dello squallido commercio di cani dall’Est. E lo feci nel modo che, allora, mi sembrava il più logico e il più opportuno: scrivendo un articolo, al quale in parte è ispirata la presente relazione, per il giornale dell’ENCI “I Nostri Cani”, del quale per anni sono collaboratore. A tutt’oggi l’ENCI non ha ancora ritenuto di doverlo pubblicare. E tutto questo nonostante che giornali specializzati di tipo commerciale, tv nazionali e private, abbiano già da tempo affrontato e denunciato il problema. Io stesso ho rilasciato interviste e scritto diversi articoli sull’argomento. Nel frattempo peraltro, il fenomeno si è ulteriormente aggravato. Prova ne siano i sempre più numerosi cani di provenienza ungherese, polacca, cecoslovacca, russa ecc. che “infestano” con la loro presenza tutte le esposizioni canine dell’ENCI (sia nazionali che internazionali). Per alcune razze il loro numero sta addirittura diventando preponderante rispetto ai cani di provenienza selezionata. Molti di questi cani, poi, vengono introdotti in allevamento dagli sprovveduti proprietari di cani “DOC”. il risultato, ovviamente è micidiale e, con pochi incauti accoppiamenti, si può far regredire di decenni il livello selettivo di una razza.

Questo va considerato un significativo campanello d’allarme: se la cinofilia ufficiale non comincerà a prendere seri provvedimenti o, almeno, ad esaminare concretamente il problema, corriamo veramente il rischio di vedere frustrata e annullata l’opera meritoria di tanti allevatori specializzati e hobbistici che da anni, spesso a prezzo di sacrifici personali e con estrema competenza e passione, selezionano, non di rado con vera maestria, le molte razze canine presenti nel nostro paese. L’immagine di troppe razze canine rischia di essere cancellata se continueremo a consentire a migliaia di cani da preistoria cinofila e con tipologie spesso lontane anni luce da quelle prescritte dagli standards di frequentare indisturbati le esposizioni canine ufficiali e di inquinare l’allevamento. È nostro preciso dovere, inoltre, informare ed aggiornare i giudici in particolare quelli, invero anche troppi, che a questi pseudo-cani di razza o meglio “meticci”, assegnano con estrema leggerezza in esposizione qualifiche assolutamente inadeguate e sproporzionate al loro reale valore morfologico. Tanto per fare un esempio nella razza che allevo, San Bernardo, in Italia, accanto a soggetti di assoluto livello mondiale, troviamo cani di importazione (generalmente ungheresi) i quali nelle speciali e nei raduni difficilmente vanno al di là di qualifiche come buono o l’abbastanza buono, mentre invece, nelle altre esposizioni, riescono ad ottenere “eccellente” e addirittura CAC e CACIB. A mio modesto parere ciò è inammissibile, prima di tutto per problemi cinotecnici, poi anche perché, illudendo inutilmente i proprietari di questi soggetti, li si spinge a iscrivere i cani ancora in esposizione o peggio a indurli in allevamento.

Spero dunque con la mia relazione di contribuire ad alimentare un costruttivo dibattito sull’argomento, con particolare riferimento alla cinofilia ufficiale. Il problema dell’invasione di cuccioli dall’Est europeo rappresenta purtroppo ormai una consolida realtà non solo in Italia ma anche in altri paesi dell’Occidente. Tale fenomeno, che vede come protagonisti in negativo esclusivamente commercianti senza scrupoli, ha da qualche anno assunto un’aspetto di vero e proprio “boom”, essendosi esteso a tutte le razze canine riconosciute. Il San Bernardo è malauguratamente uno dei cani più coinvolti. Ecco quindi che vere e proprie “armate” di sedicenti pastori tedeschi, alani, dobermann, boxer, terranova, cani nordici, barboni, york-shire terrier, San Bernardo ecc. (per non citarne alcuni), tutti rigorosamente “figli di campioni ungheresi”, hanno cominciato a far bella mostra di sé (scusate l’eufemismo) nelle vetrine o nei canili dei commercianti di animali del nostro paese. Per quanto riguarda i cani di provenienza “ungherese” o dell’est europeo, va ribadito una volta per tutte che sono di valore zero dal punto di vista genetico e morfologico. Essi nascono in genere presso piccoli commercianti dei paesi di provenienza, o più rapidamente, presso isolati allevatori privi di mezzi. Vengono strappati alle cure della madre dopo poche settimane di vita, imballati come saponette dentro cassette di cartone o legno e spediti come se fossero merce qualsiasi ai rivenditori di casa nostra i quali dopo averli estratti dal loro “contenitore”, con grande spirito cinofilo li “espongono” nelle loro vetrine, magari esaltandone la “straordinaria” morfologia. Naturalmente molti di questi poveri animali sia per la giovanissima sia per la carenza o l’assenza di una corretta alimentazione, sia per assoluta mancanza di vaccinazioni, sverminature e delle più elementari regole igieniche e sanitarie, soccombono prima ancora di giungere a destinazione.

I viaggi spesso lunghissimi, avvengono nella più completa promiscuità su Tir e treni merci non riscaldati d’inverno e roventi d’estate, con poca aria, al buio. I sopravvissuti arrivano in genere già ammalati, stremati e totalmente distrutti dal punto di vista psichico proprio nella fase più difficile: quella dell’imprinting e della socializzazione. Ed è proprio su questo loro aspetto “penoso” e “bisognoso di cure e di affetto” che giocano i commercianti più abili, sfruttando la vulnerabilità psicologica e l’impreparazione e disinformazione di base di chi affida ad un negozio per l’acquisto di un cane. Un tenero cucciolo di pochi giorni che guaisce chiuso dentro una gabbietta di una vetrina (magari la vigilia di Natale, col bambino che a casa lo aspetta come se fosse peluche) ha un effetto dirompente e decisivo dal punto di vista emotivo, molto più dello stesso cucciolo esibito in un canile dotato di ogni confort, con ampi recinti e igiene adeguata. L’impulso spesso irrefrenabile e di entrare subito nel negozio per acquistare quel cane e in questo modo “liberarlo” e “liberare la propria coscienza” da una poco piacevole situazione. Entrare dunque nel negozio e comprare quel “surrogato” di cane di razza significa così firmare la propria condanna. Infatti il cane si presenterà fin da subito malato, impaurito e bisognoso delle cure mediche più assidue e costose, conseguenza diretta delle mancate vaccinazioni, sverminature ecc. La carente o errata alimentazione fino a quel momento ricevuta (chi commercializza qualsiasi tipo di cane per motivi pratici ed economici non pensa certo a variare la dieta a seconda della razza o almeno della mole) farà si che il cane, soprattutto se di grande taglia come un San Bernardo o un alano, sia rachitico e denutrito, con deficiente sviluppo non solo dello scheletro ma anche della muscolatura.

In altre parole questi cani si rivelano quasi sempre un fallimento non solo dal punto di vista morfologico (il che è logica conseguenza della più totale mancanza di selezione all’origine) ma anche di quello sanitario, il che a mio parere è inammissibile. Se d’altro canto non si può pretendere in assoluto che un commerciante o un negoziante d’animali vendano cani da campionato di bellezza (anche se spesso i prezzi praticati lo presupporrebbero), si dovrebbe però almeno esigere che i cani fossero ineccepibili dal punto di vista sanitario. Purtroppo il più delle volte ciò non avviene, con conseguenze gravissime non solo per il malcapitato cane, il quale comincerà a fare una triste spola di veterinario in veterinario, ma anche e soprattutto per gli altri cani, esposti inutilmente a un possibile contagio di malattie spesso poco conosciute. Gravi rischi di contagio (forme eczematose, dermatiti, allergie di vario genere) corrono anche i bambini che con i cuccioli hanno continui contatti. Esiste poi un discorso di moralità che non va assolutamente trascurato. I cani ungheresi, cecoslovacchi, ecc. vengono comprati nei paesi d’origine sotto forma di veri e propri stock dai nostri commercianti per cinquanta – cento euro cadauno, somme assai esigue se rapportate al nostro tenore di vita e alla nostra economia, ma che in quei paesi rappresentano la paga di un mese di un impiegato statale o di un operaio. Mi diceva un mio amico ungherese, unico allevatore di quel paese di San Bernardo DOC, che l’Ungheria è da qualche anno uno dei più grossi produttori di cani d’Europa e che esistono delle vere e proprie “fabbriche” dove i cani sono tenuti come polli in batteria, in attesa che i commercianti di casa nostra vengano a fare il pieno. Quei cani saranno poi rivenduti in Italia a un prezzo che varia normalmente da otto a dieci, quindici volte quello originale. Il che vuol dire, per esempio, un cane pagato in Ungheria cento euro da noi può costare da mille a milleottocento euro. Del resto per verificarlo basta recarsi presso il più vicino negozio d’animali e chiedere un cane di razza qualsiasi. Guarda caso questo cane ci sarà quasi sempre, proverrà da “famosi” allevamenti ungheresi o cecoslovacchi, sarà figlio di “campioni” di quei paesi, e naturalmente avrà un regolare pedigree. E così l’ignaro e disinformato acquirente, già intenerito dall’aspetto “indifeso” e bisogno d’aiuto del cucciolo, frastornato dalle parole del commerciante che ne decanta i fantomatici pregi, leggendo il nome più o meno “esotico” del cane metterà mano al portafogli senza esitare un attimo di più.

C’è da aggiungere poi che l’Ungheria è come l’Italia, un paese aderente alla FCI e quindi i pedigree emessi dal Kennel Club magiaro devono essere riconosciuti d’ufficio, senza alcun esame morfologico del soggetto anche dagli altri paesi membri della FCI stessa. In questo modo i nostri commercianti vengono in possesso di certificati d’origine apparentemente regolare e sui quali gli organismi competenti come l’ENCI e le società specializzate non possono esercitare alcun tipo di controllo. Nessuno può dire infatti se a quel cane corrisponde effettivamente quel pedigree: bisogna accettarlo per quello che è, anche perché i cani provenienti da quei paesi dell’Est non sono tatuati. Del resto anche l’esame del pedigree stesso in genere non è illuminante perché vi sono riportati i nomi di cani totalmente sconosciuti e la cui origine non è verificabile. Quasi sempre, comunque è sufficiente vedere di persona o far valutare da un vero esperto il cane a cui corrisponde il certificato per capire che cosa si ha per le mani. In ogni caso il commerciante con un pedigree ungherese o cecoslovacco o polacco ha risolto il suo problema: avere un pezzo di carta ufficiale che nessuno può contestargli e che non rende più necessario, come veniva anni fa, ricorrere ad espedienti o trucchetti più o meno leciti pur di ottenere un certificato che potesse dimostrare la “nobilità” di cani che aristocratico avevano ben poco. La cosa più incredibile è che mentre i cani nati e allevati in Italia vengono regolarmente controllati dai gruppi cinofili dell’ENCI, nessuno controlla i cani importati dai commercianti e in seguito venduti come se fossero patate in vergognose “esibizioni commerciali” tipo “Cucciolo Mio” et similia.

Questi cani vengono iscritti d’ufficio al LOI! In questo modo tanti meticci camuffati da cani di razza selezionati vengono introdotti nel nostro paese. Oltre tutto con la dicitura “cane dotato di pedigree internazionale” (cioè ungherese o cecoslovacco) il furbo commerciante li rende più appetibili ai carneadi della cinofilia di casa nostra. Infatti, secondo questi profani a oltranza, i cani dotati di un pedigree ENCI (e quindi nazionale) sono sicuramente meno “pregiati” di quelli corredati del loro bravo certificato magiaro o polacco o cecoslovacco (e quindi internazionale). Del resto basta aprire un qualsiasi giornale di annunci economici o scorrere le apposite rubriche di annunci a pagamento dei giornali cinofili specializzati per trovare numerose inserzioni di commercianti che vendono cani di tutte le razze importanti e dotati di “pedigree internazionale”. In pratica questi poveri cani (che alla fine poi sono gli unici a pagare le conseguenze della vergognosa speculazione fatta sulla loro pelle) per certuni diventano automaticamente più belli solo per il fatto di provenire dall’Ungheria e perché portano nomi quasi indecifrabili che riempiono la bocca. Va poi aggiunto che vi sono persone per le quali, entrando nell’ordine di idee di acquistare un cane di una determinata razza, lo vogliono subito, a tutti i costi anche se magari non dispongono della cifra sufficiente per reperirne uno con i requisiti minimi di razza. In questo caso interviene in commerciante il quale dispone sempre di cani “da tutti i prezzi” anche nell’ambito (si fa per dire) di una stessa razza. E un po’ come parlare di auto nuove e usate: c’è chi crede di poter comprare una Ferrari al prezzo di una Panda.

Se per caso riesce a trovarla a quel prezzo la possibilità è una sola: quell’auto non è una Ferrari, ma un auto mascherata da Ferrari magari senza motore e libretto. C’è comunque chi si accontenta anche delle illusioni! Il problema può diventare insormontabile allorquando questi cani, chiamiamoli “illusori”, si prendono il cimurro, la leptospirosi, il parvovirus, ecc. perché nessuno prima di venderli si è preso la briga di vaccinarli (imperdonabile trascuratezza che, per pochi euro, mette a repentaglio la vita del cane e ne traumatizza l’ignaro e incauto acquirente). Pare impossibile ma in Italia ci sono ancora persone che ritengono che la vita di un cane valga meno di dieci euro (costo medio di un vaccino). Un altro gravissimo problema legato al dilagante traffico di cani dall’Est europeo è quello dell’assoluta incapacità di tante persone di capire che un cane acquistato in un negozio non può essere qualitativamente paragonato in nessun modo a un cane preso presso un’allevamento specializzato di una sola razza. Purtroppo in Italia sono ancora troppi coloro che ritengono che i cani di razza siano tutti uguali fra di loro, senza pensare che la selezione a volte ultradecennale operata spesso da pochi ma competenti allevatori per hobby, ha salvato tante razze canine dall’estinzione o dalla degenerazione. L’opera degli allevatori specializzati è fondamentalmente quella di diffondere e far conoscere nel mondo la migliore immagine possibile della loro razza. In questo senso i loro sforzi sono tesi a una selezione morfologica costante nel tempo, che tiene conto della naturale evoluzione delle razze, nel rispetto delle leggi della genetica, della cinofilia e della zootecnia, il tutto armonicamente fuso con quella dose di creatività artistica che ogni selezionatore di cani dovrebbe avere. Questo significa che l’allevatore serio e competente è prima di tutto uno studioso della sua razza.

Egli deve conoscere alla perfezione le linee di sangue e l’evoluzione o involuzione che hanno avuto nel tempo, poi i ceppi privilegiati e i prototipi che hanno fatto la storia della razza. Deve quindi saper selezionare i propri soggetti con metodo scientifico, utilizzando le migliore tecniche d’allevamento che ovviamente variano moltissimo da razza a razza. Tutto ciò naturalmente comporta una solida preparazione su basi scientifiche e tecniche, oltre a disponibilità economiche che consentano di operare in allevamento spesso senza badar a spese e su vasta scala. Il prodotto dell’allevatore specializzato rappresenta dunque il meglio e fornisce di ogni razza l’immagine migliore possibile. Purtroppo il commerciante sfruttando il successo e la popolarità acquisita delle varie razze esclusivamente per merito degli allevatori hobbistici, con i suoi “pseudo-campioni” può creare nel grande pubblico e nei cinofili incompetenti un’idea errata della razza. A mio parere un simile stato di cose è gravissimo e non soltanto perché chi approfitta della buonafede e disinformazione altrui commette un atto inqualificabile, ma soprattutto perché i cani presi nei negozi, se portati in esposizione e poi introdotti in allevamento (ed è questa la cosa peggiore), possono produrre danni incalcolabili e a volte irreversibili, rendendo vano il lavoro di selezione dell’allevatore specializzato. Fatti di questo genere hanno portato e stanno portando tuttora al declino molte razze, proprio perché esse sono sfuggite di mano agli allevatori, diventando oggetto quasi esclusivo di speculazione commerciale. Purtroppo anche molti giudici di esposizione, magari abilitati, ahimè, d’ufficio a esaminare i cani oppure provenienti da paesi dove non esiste una seria tradizione di allevamento, non sono esenti da gravi colpe, avendo attribuito a questi cani da preistorica cinofila importanti quanto inammissibili qualifiche e piazzamenti. Purtroppo le società specializzate dell’ENCI (cioè il club di razza) possono fare ben poco per contrastare questo tipo di commercio che è incredibilmente consentito dalle leggi italiane. L’unica possibilità esistente è quella d’intensificare l’opera divulgativa e informativa sulle razze canine pure, promuovere la migliore immagine possibile.

In questo senso diventa a mio parere indispensabile l’apporto delle pubblicazioni di cinofilia e delle riviste specializzate destinate al grande pubblico. Esse devono informare sempre di più e sempre meglio, mettendo in guardia coloro che per la prima volta s’accostano a un cane di razza. In Italia ve ne sono delle ottime e valide enciclopedie e monografie sulle diverse razze canine. Vi sono poi molte altre pubblicazioni (edite da organizzazioni veterinarie, case farmaceutiche, multinazionali dell’alimentazione, ecc.) che si occupano più o meno intensamente di problemi cinofili. Tramite questi mezzi d’informazione generale il profano che lo desideri può venire a conoscenza dell’ENCI e delle sue società specializzate (emanazione dell’ENCI stesso) e, di conseguenza, mettersi in contatto con i migliori e più qualificati allevatori. L’ENCI stesso dovrebbe decidersi a fare qualcosa di più e di meglio per contrastare adeguatamente questo gravissimo problema. Una buona idea potrebbe essere quella di colori differenti per il pedigree di cani di provenienza commerciale (negozi e importatori), oltre che un rigoroso controllo morfologico sul soggetto nell’ambito di speciali raduni di razza (sempre eseguito da un giudice “specialista”) prima di consentire l’utilizzo dell’allevamento, sulla falsa riga del ankörung tedesco o confirmation francese. Sono assolutamente convinto che il commercio indiscriminato di cani sia un fenomeno destinato a non durare a lungo anche perché chi vende un cane e non rispetta in partenza le aspettative dell’acquirente (aspettative che per i profani sono generalmente limitate alla sanità dell’animale) è condannato a non vedere mai più quella persona mettere piede nel suo negozio o nel suo canile. Naturalmente molti sono anche i commercianti seri e onesti, i quali fanno il loro lavoro coscienziosamente, senza andare al di là delle loro competenze e senza per questo mettersi in assurda concorrenza con gli allevatori hobbistici. Dunque dobbiamo tutti sperare che, nonostante la generale massificazione, la pattuglia di veri cinofili e allevatori per passione non si riduca ma anzi possa incrementare il suo numero, fedele alla nostra grande tradizione del passato, quando schiere di veri signori e gentlemen della cinofilia avevano fatto del motto “vivere per i cani e non sui cani” la loro bandiera.

Giovanni Morsiani

 

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